15/02/2010
FONDI Cambiano gli stili della gestione quantitativa che non lascia nulla al caso e alle emozioni. Così i money manager scelgono i titoli in base a dividendo, capitalizzazione e volatilità.
Sono l'ultima moda in fatto di risparmio collettivo. Perché a selezionare i titoli da mettere in portafoglio non è un gestore in carne e ossa, ma una macchina, un software, che seguendo un modello matematico non corre il rischio di cedere all'emotività e di farsi prendere dal
panico (vedere il box a fianco sul funzionamento). Fiore all'occhiello dell'industria del risparmio gestito, con una performance media del 6% negli ultimi 5 anni.
E sono ormai arrivati alla seconda generazione. L'ultima novità è il lancio di una nuova strategia da parte di Intech investment management (gruppo Janus Capital), denominata «enhanced global equity», che cambia l'obiettivo di performance per i fondi azionari globali in base alla propensione al rischio del risparmiatore. «La differenza rispetto al passato è la proposta di rendimento che è superiore dell'1,25-1,35% all'anno rispetto all'indice di riferimento» dice a Economy David Schofield, presidente di Intech international. Naturalmente il rendimento è inteso al lordo della commissione che è dello 0,75% all'anno.
Per raggiungere l'obiettivo serve, comunque, la professionalità dei gestori.
Che in questo caso diventano programmatori stabilendo a priori quali fattori saranno determinanti per il successo del titolo quotato in Borsa o dell'obbligazione. Poi ci pensa il computer, che asetticamente fa il lavoro di «stock picking», ovvero di acquisto dei singoli titoli; nella composizione del portafoglio.
Dietro, quindi, c'è il lavoro tutto umano dell'impostazione dei meccanismi di selezione. «È il gestore che crea il metodo e l'eccezione fin dall'inizio e deve restare coerente con il processo d'investimento scelto» dice Massimiliano Schena, gestore del team quantitativo del gruppo Azimut, che con il fondo flessibile QTrend ha ottenuto un rendimento del 3,15% da marzo 2008 a dicembre 2009. Lo scopo per tutti i gestori è fare meglio del benchmark. Quello che cambia è il modello con cui raggiungerlo. I modelli possono essere due: previsivi, che cercano di capire dove andrà il mercato, o adattivi, che indicano dei parametri entro cui stare come dividendo, capitalizzazione e volatilità. E a volte aggiustano il tiro. «Si impara dagli errori, ma non si può cambiare modello in corsa, sarebbe sbagliato e incoerente con lo stile di gestione» conclude Schena.
ECONOMY - 03/02/2010 - INVESTIMENTI pag. 61
15/02/2010
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