LA RIVOLUZIONE DEL TERZIARIO

09/02/2010

SERVIZI Grande e piccola distribuzione, tempo libero, trasporti, logistica. Con ritardo sta cambiando la struttura di un comparto che vale due terzi del Pil. Una sfida per tutto il paese.

 

L'ultima goccia è l'accordo Coin - Upim: la fusione tra le due catene dà vita alla prima rete italiana di distribuzione nell'abbigliamento, con 883 punti vendita. Upim, ormai separata una volta per tutte da Rinascente, viene assorbita dal gruppo veneto che gli eredi di Vittorio Coin avevano ceduto nel 2005 al fondo Pai (Paribas). Fusioni e acquisizioni, tagli e ricomposizione del capitale, innovazione tecnologica e proletarizzazione di artigiani, bottegai, professionisti. II vecchio vaso non ce la fa più a contenere il nuovo. E, ovviamente, trabocca.
Una vera rivoluzione attraversa quell'immenso settore dell'economia che occupa tre quarti della forza lavoro e viene chiamato terziario. «Impropriamente» spiega Giuseppe Roma «inglesi e americani, meno schematici di noi, lo definiscono già industry». È un'idea che da anni il direttore generale del Censis cerca di far passare nella cultura socioeconomica. Ora, nell'ultimo rapporto sulla società italiana, il centro studi fondato da Giuseppe De Rita ha acceso il faro sulla ristrutturazione dei servizi, la prima mai avvenuta in modo tanto profondo e radicale. Di che si tratta?
Prendiamo la grande e piccola distribuzione. L'anno scorso sono scomparsi 36.800 negozi. Colpa della recessione, certo, ma non solo. Tra il 2000 e il 2004 le Camere di commercio hanno registrato oltre 50 mila cancellazioni, nel 2007 e 2008 sono salite a 70 mila. Intanto, sono esplosi i centri commerciali, gli outlet, i supermercati, per lo più in periferia, ma persino nel cuore di borghi e città. Dunque, non siamo affatto di fronte a un crollo, ma a una grande trasformazione. Chi la spinge e chi la guida?
Mentre la ristrutturazione industriale è stata provocata dall'apertura dei mercati internazionali e dall'euro, il commercio viene indotto a cambiare dalla domanda dei consumatori che vogliono di più (come quantità e qualità) a prezzo inferiore. Dunque, occorrono economie di scala. Il principio che nel secolo scorso ha ridisegnato la manifattura ora si applica alla distribuzione.
Lo stesso fenomeno attraversa tutti i Paesi sviluppati e ormai anche quelli in via di sviluppo. L'Italia vi arriva in ritardo e con una struttura imprenditoriale più fragile. Di fronte ai colossi francesi (Carrefour o Auchan) e tedeschi (Lidl nei supermarket a basso costo), resistono solo le Coop e la Esselunga di Bernardo Caprotti, impegnate in una «guerra civile» senza esclusione di colpi che, alla fine, non fa prigionieri. Molte attività hanno abbandonato la loro marcia solitaria e si sono messe in rete associandosi ai gruppi di acquisto come Conad, Selex, Sisa. La bottega o il negozio di prossimità, se non si specializzano occupando una nicchia di fascia alta, sono destinati a scomparire.
Un destino in comune con i professionisti. Architetti, avvocati, notai, commercialisti, consulenti soffrono non solo la caduta degli affari, ma soprattutto la concorrenza dei grandi, non più solo italiani. Le law firms anglo-americane, a cominciare da Clifford Chance e Freshfields, hanno scatenato un tourbillon negli aristocratici grandi studi nazionali: da Pavia-Ansaldo a Grande Stevens, da Gianni-Origoni-Grippo a Bonelli-Erede-Pappalardo, tutti diventano law firms. Ciò mentre la clientela si fa più difficile, perché molte imprese tendono a riportare all'interno quel che negli anni scorsi avevano appaltato. L'insourcing, fenomeno opposto dell'outsourcing, colpisce ormai persino colossi come McKinsey o Kpmg.
L'onda s'abbatte anche nei servizi legati alle imprese. Perfino quelli considerati più infimi. Chi aveva mai sentito parlare di Claudio Lotito prima che nel 2004 acquistasse la Lazio? Poi lo hanno chiamato il reuccio delle pulizie, a capo di una rete di società dai nomi più strani (Pedus, Linda, Bonadea) che lavorano negli ospedali di Roma e dintorni. Un business d'oro, grazie al quale ha acquistato ampi terreni in periferia, imparentandosi con i Mezzaroma, una delle principali famiglie di «palazzinari». Nuovi imprenditori nascono e crescono, dunque, con una velocità superiore all'industria manifatturiera.
La logistica, in ogni sua propaggine, è attraversata da un vero terremoto. Con il mercato unico europeo, i padroncini di camion si sono ridotti di un quinto. E non perché si ridimensioni il traffico merci su ruota. È in corso un processo di accorpamento finora sotterraneo, ma che presto farà nascere imprese di una certa consistenza. La premiata ditta Gondrand fattura appena 30 milioni di Euro. II gruppo Fagioli, specializzato nei trasporti eccezionali in tutto il mondo, arriva a 400 milioni. II tempo stringe, i colossi internazionali stanno ridisegnando l'intero panorama in base a una strategia di integrazione sistemica, anche grazie a internet e all'e-commerce. Basti pensare a Dhl, l'impresa di spedizioni americana che ormai è una divisione di Deutsche Post.
I Paesi del Nord Europa hanno acquisito un vantaggio competitivo che si estende all'intero sistema dei servizi, anche quelli per il tempo libero. Tui, che nasce da un konzern siderurgico-minerario, è diventato il primo operatore turistico europeo, tra ì più grandi del mondo con l'aiuto di Lufthansa e Deutsche Bahn (le ferrovie pubbliche). I francesi collegano direttamente tour operator, Air France, Tgv e le grandi catene alberghiere in giro per il mondo. Gli inglesi non sono da meno. In Italia, le Fs avevano Cit. Ed è tutto dire. Economie di scala, logica industriale, hanno rotto le vecchie paratie. Con dieci anni di ritardo, accade anche da noi. Ma senza una politica e senza figure di riferimento. Sottolinea Giuseppe De Rita: «La ristrutturazione industriale l'hanno fatta i capi azienda di Prato negli anni 50, Valletta nel'55-'56, Romiti nel 1981. Oggi chi sarebbe disposto a farlo per il terziario?». II modello italiano, il quarto capitalismo, gli esportatori del Nord-Est, tutto ciò, sia pur con morti e feriti, ha resistito alla crisi. Ma dall'industria vengono un terzo del Pil e un quarto dell'occupazione. II resto nei servizi. E qui si gioca adesso il futuro del Paese.

 

                                                                                                                  ECONOMY - 03/02/2010 - COVER STORY pag. 23

 

 

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